Travaglio bis.

7 Maggio 2008 Nessun commento

Io ho posto a Marco Travaglio una questione che va al cuore dell’etica del nostro mestiere: il rapporto fra fama/potere e libertà di espressione. Lui non mi risponde e mi insulta volgarmente per interposta persona con, di nuovo, una tracotanza impressionante. L’impasto di ignoranza del tema trattato e di arroganza volgare sono in Marco Travaglio, qui, la replica esatta di come hanno sempre reagito i peggiori personaggi del Sistema Potere a chi li criticava o a chi ne esponeva le ipocrisie.

"I processi alle intenzioni". Sabina Guzzanti ha replicato così alla lettura della mia Lettera aperta a Marco Travaglio: "Tu dici che Marco starà in tv 20 anni? Che si corromperà? Può darsi, ma è un pò prematuro darlo per certo non ti pare? Tua Sabina".
Le ho risposto: "Marco si è già corrotto. Come fa a stare nel salotto di uno che ha fatto scempio del mandato elettorale di tanti italiani per scendere da Strasburgo (dove ha soggiornato a spese dei cittadini) a riprendersi il suo ‘giocattolo’ preferito? Cos’è un mandato elettorale? Un parcheggio temporaneo? Una cura ricostituente? E costui, cioè Santoro, oggi sta in TV a bacchettare il malcostume della politica (sic). Può Marco dire quanto sopra in faccia a Santoro in diretta ad Anno Zero? Eppure è un fatto, conclamato. Può? Lo ha fatto?
Può Travaglio dire che la sua casa editrice Chiarelettere è diventata il fans club di un magistrato e della magistratura con  tanto di striscione e motto sul sito (caso unico in occidente), facendo così a pezzi il più sacro dei principi dei checks and balances nel giornalismo? Può? Lo ha fatto?".

E aggiungo qui: può Travaglio spiegarci cosa ci sta facendo in prima serata TV dopo aver perentoriamente dichiarato nel 2006 quanto segue:
"In televisione è vietato tutto ciò che è libero, indipendente e autonomo. Perché? Perché non si sa mai cosa può dire uno libero, che non risponde, non si sa mai cosa potrebbe fare, non si sa mai cosa potrebbe raccontare… Se uno è asservito è controllabile, si conoscono le dimensioni del suo guinzaglio, e si sa anche chi lo tiene in mano il guinzaglio. Chi non ha il guinzaglio in televisione in questo momento non lavora e chi ci lavora in un modo o nell’altro un suo guinzaglio ce l’ha.
Si tratta a volte di scoprirlo, per quelli più furbi, che lo nascondono meglio, per altri si tratta di capire quanto è lungo, ma non c’è dubbio che chiunque lavori in televisione nei posti chiave, che si occupano di informazione, di attualità, o che si occupano di settori limitrofi, il guinzaglio c’è e lo tiene in mano qualcuno. Poi ci può essere qualcuno che ha il guinzaglio e pure è bravo (sic, nda), non è mica escluso, è difficile, ma non è escluso; la regola è comunque che ciascuno deve essere controllabile e ciascuno deve essere prevedibile , ciascuno deve avere qualcuno che garantisce per lui altrimenti sulla base delle proprie forze e delle proprie gambe lì dentro non ci si entra
"?

Quanto sopra, dovrebbe in un pubblico sano destare una profondissima preoccupazione e molte domande.
Primo. Non esistono spiriti liberi nel circo delle Star e della fama. La fama dà potere e, una volta acquisito, il suo mantenimento diviene prioritario rispetto alla libertà d’espressione (come dimostrato sopra). Inoltre il potere e la fama inducono spesso a comportamenti meschini. Nell’estate del 2006, per fare un esempio, Beppe Grillo negava al cineamatore Pietro Campoli il permesso di diffondere su Arcoiris Tv le immagini del suo intervento alla marcia di Quarrata "perché non ricordo ciò che ho detto e non posso più sostenere le cause che mi arrivano" (sic). Grillo denuncia un reddito di 4,2 milioni di euro all’anno. Arcoiris vive di contributi volontari.
Secondo. Il lavoro di Travaglio e soci nella ‘Industria della Denuncia e della Indignazione’ che hanno fondato è inutile. Inutile perché 16 anni dopo Mani Pulite, e dopo 16 anni di denunce e di indignazione sfornati a ritmo ossessivo, con decine di libri fotocopia, l’Italia è messa peggio di prima. E sapete chi lo ha scritto questo? Marco Travaglio nel suo libro ‘Mani Sporche’. E qui sta l’ironia: Travaglio ha scritto di suo pugno che quello che fa non serve a un accidenti. Ma non se nè accorto. L’‘Industria della Denuncia e della Indignazione’ ha fallito interamente i suoi scopi, e naturalmente i suoi ‘industriali’ sono ben lontanti da qualsiasi autocritica su questa evidenza. E ben lontani dal pensare di fare altro.
Terzo, il lavoro di Travaglio e soci è anche dannoso. Dannoso perché i Travaglio, Grillo, Stella e co., con gli attacchi ossessivi alla Casta, stanno fornendo agli italiani un alibi colossale per fuggire dall’unica verità che sarebbe utile all’Italia: e cioè che la Casta siamo noi, tutti noi, noi mafiosi, parrocchiali, omertosi, e ladri di 270 miliardi di euro di sola IVA, confronto ai quali il mantenimento della Casta politica, la mafiosità di un pugno di amministratori, l’omertà dei furbetti italici sono ben poca cosa. Va riportato il cittadino al centro, al centro delle sue responsabilità per il Paese che ogni giorno crea con le sue azioni, e gli va detto che Berlusconi, Mangano, Consorte, Pio Pompa, Bossi e gli altri sono solo la proiezione sul muro della sua ombra. Null’altro.

Ma dannoso soprattutto perché questi nuovi Personaggi/eroi della nuova Italia hanno finito per replicare lo Star system del sistema commercial-mediatico. Sono oggi vere celebrità.
Sono queste le riflessioni che da due anni pongo a Marco Travaglio e ai suoi colleghi ‘paladini’. Le risposte non sono mai venute. Da loro ho unicamente censure, insulti, disprezzo.
Ma il punto è ben altro. Il punto siete voi che leggete. Le domande che non vi fate.
Paolo Barnard

Marco chi? Travaglio?

7 Maggio 2008 Nessun commento

Lettera aperta di Paolo Barnard, ex giornalista di Report, a Marco Travaglio.

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Mauro? Senti chi parla.

24 Novembre 2007 Nessun commento

Non ricordo più se il film giusto era Delta Force ma la lettura dell’articolo di Ezio Mauro mi ha fatto l’effetto che le madeleinettes facevano al vecchio Proust il quale si commuoveva e senza porre tempo in mezzo meditava sul tempo perduto, ma anche quello ritrovato. L’articolo di Mauro mi ha portato indietro nel tempo e di questo gli sono grato, già a partire dal titolo: «Struttura delta». Il bis della Spectre. Il bis della P2. Si impone un modesto esercizio di ritorno alla decenza.
L’articolo mi ha riportato con la sua velata magia alla stagione in cui spesso mi trovavo la sera nella stanza di Ezio Mauro, allora direttore della Stampa di Torino (di cui ero editorialista) e dove assistevo alla teleconferenza fra Mauro e il direttore dell’Unità di Roma (Uolter Veltroni), uno dei vicedirettori a caso di Repubblica, e il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli: tutti insieme, in unico afflato e per una sola causa comune (ma quale? Certamente non la libera informazione in concorrenza) facevano tutti insieme «il giornale».
Cioè: non è che ognuno si faceva il suo, di giornale, come in tutti i Paesi in cui le testate sono orgogliosamente concorrenti. Macché. Questa compagnia di cui Ezio Mauro era il capatàz, fabbricava il giornale comune che l’indomani tutti gli italiani si sarebbero sciroppati prima sulla carta e poi in proiezione sui telegiornali sotto le varie testate. Non lo sapevano, ma leggevano tutti lo stesso giornale. Che giornalismo, che concorrenza, che scuola.

Il pretesto diciamo così umanitario dell’operazione, era quello di aiutare il giovane Uolter che non sapeva fare la prima pagina, non sapeva fare i titoli e si scombinava tutto. Ma il gruppo di comando del giornalismo italiano – capitanato da un Ezio Mauro che sembrava guidare un commando Delta Force (ecco il titolo giusto, altro che Struttura delta) – faceva un unico menabò (lo schema della pagina), tutti i titoli e la scelta delle notizie e dei contenuti, uguali per tutti.

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L’articolo di Napolitano su L’Unità

22 Novembre 2007 Nessun commento

Pubblichiamo questo articolo del compagno Giorgio Napolitano, membro della Direzione del PCI e responsabile della Commissione culturale, che comparirà sul prossimo numero di «Rinascita».

Anche se il clamore suscitato dall’arresto di Solgenitsyn è venuto calando, dopo la decisione delle autorità sovietiche di privarlo della cittadinanza e dì espellerlo dall’URSS; anche se alcuni giornali sono rapidamente passati dai toni declamatori e drammatici a quelli, bonari e fatui, delle curiosità sullo «shopping» di Solgenitsyn per le vie di Zurigo o sulle cospicue somme da lui accumulate, grazie ai diritti d’autore, nelle banche svizzere, nessuno più di noi sente la necessità di ritornare sui problemi che il grave caso dello scrittore sovietico ha posto e pone. E’ proprio a noi che tocca compiere uno sforzo di riflessione seria e oggettiva, visto che da tante altre parti, anche e in particolare nel nostro paese, ci si è, nei giorni scorsi, preoccupati essenzialmente di alzare il solito polverone propagandistico, di sfruttare l’occasione per una polemica a buon mercato sull’URSS, sul comunismo e perfino (si pensi a quel che hanno farfugliato i giornali del PRI e della DC) sul PCI.

Non è facile, certo, vogliamo dirlo, superare il senso di fastidio politico e morale che hanno sollevato in ciascuno di noi questa scoperta strumentalizzazione del caso Solgenitsyn, questa dilatazione acritica e forsennata – da parte di alcuni – di una vicenda indubbiamente significativa e preoccupante ma non tale da giustificare la scelta di chi le ha dato, nelle trasmissioni del telegiornale, la precedenza su ogni altro avvenimento internazionale e nazionale, questo cieco rilancio in certi casi – delle immagini più fosche della propaganda antisovietica. Ma questo legittimo senso di fastidio non ci impedisce di entrare nel vivo dei problemi reali a cui il caso Solgenitsyn ci richiama: anche se dopo aver ristabilito alcune indiscutibili verità.

Il punto di rottura

La prima di queste verità – che va decisamente ribadita, dinanzi alla contrapposizione di comodo tra «mondo comunista» e «mondo libero» – è quella relativa non solo ai pesanti condizionamenti oggettivi che la struttura economico-sociale capitalistica e la crescente concentrazione monopolistica fanno gravare sull’esercizio della libertà di espressione, ma anche ai limiti che lo stesso riconoscimento formale di questa libertà tuttora presenta in Italia. Lelio Basso – in un articolo pure apertamente critico nei confronti, dell’URSS – ha giustamente reagito all’esaltazione – da chiunque venga, anche da Sacharov – della «libertà occidentale», ricordando come il capitalismo e l’imperialismo tendano a ridurre l’uomo a semplice congegno di una macchina disumana e a manipolarne la coscienza. «Chi crede nei supremi valori di spiritualità e di libertà» – diciamo perciò all’on. Piccoli – ha molto da fare innanzitutto nel proprio paese, in Italia, contro le degenerazioni provocate dallo sviluppo monopolistico e dal sistema di potere della DC nei rapporti sociali ed umani e nel costume, contro gli arbitri padronali, contro gli abusi polizieschi e giudiziari, contro la sopravvivenza di norme giuridiche fasciste che colpiscono, come «vilipendio» delle istituzioni, i reati di opinione.

E l’altra verità da ristabilire è quella relativa al punto cui era giunto il rapporto tra Solgenitsyn e Io Stato sovietico. Nessuno può negare che lo scrittore (come d’altronde si ammetteva tra le righe degli stessi articoli scritti nei giorni scorsi per esaltarlo) avesse finito per assumere un atteggiamento di «sfida» allo Stato sovietico e alle sue leggi, di totale contrapposizione, anche nella pratica, alle istituzioni, che egli non solo criticava ma si rifiutava ormai di riconoscere in qualsiasi modo. Non c’è dubbio che questo atteggiamento – al di là delle stesse tesi ideologiche e dei già aberranti giudizi politici – di Solgenitsyn, avesse suscitato larghissima riprovazione nell’URSS.

Che questa ormai aperta, estrema «incompatibilità» sia stata sciolta dalle autorità sovietiche non con un’incriminazione di Solgenitsyn, ma con la sua espulsione, può essere considerato più o meno «positivo»; qualcuno può giudicarla obiettivamente, come l’ha giudicata, la «soluzione migliore», senza peraltro sottovalutarne – e, per quel che ci riguarda noi certo non ne sottovalutiamo – la natura di grave misura restrittiva dei diritti individuali; ma solo commentatori faziosi e sciocchi possono prescindere dal punto di rottura cui Solgenitsyn aveva portato la situazione e possono, a proposito dell’esito cui si è giunti, evocare lo spettro dello stalinismo. Tutto quel che è accaduto – la vicenda di Solgenitsyn e il suo epilogo – sarebbe stato impensabile nei periodi più duri della storia sovietica.

Il problema reale non è quello di un presunto «ritorno allo stalinismo», ma quello, ci sembra, di come potevano essere intese e portate avanti la correzione e la svolta del XX Congresso del PCUS, al dì là della denuncia delle massicce repressioni e del superamento delle illegalità del periodo staliniano (che è il punto su cui in questo momento insistono i dirigenti sovietici, respingendo fermamente l’accusa di una qualsiasi sopravvivenza di quelle illegalità). Fin dove si è arrivati, nel necessario sforzo di arricchimento e sviluppo della democrazia socialista di articolazione nuova così come esigeva la stessa crescita della società sovietica – della vita sociale, politica e culturale, di avvio di un più largo e aperto confronto e dibattito su tutti i terreni, anche in relazione al progredire – grazie all’URSS, in primo luogo – della distensione internazionale e all’infittirsi delle relazioni e degli scambi tra l’URSS e il mondo capitalistico? Di sviluppi di queste direzioni certamente ce ne sono stati, come dimostra l’ulteriore, forte progresso economico, scientifico, tecnico e culturale dell’URSS, che senza di essi non sarebbe stato possibile negli ultimi anni; ma sono anche emersi nodi assai resistenti e difficili a sciogliersi. Si tratta di concezioni dell’unità (del partito e della società sovietica) e della lotta contro le posizioni ideologiche e politiche considerate spurie o nemiche, e insieme di rapporti (tra partito, Stato e società, tra ideologia, politica, e cultura), che affondano le loro radici in una storia intensa e drammatica e che non è facile prevedere come possano modificarsi.

Ma nessun contributo danno al positivo scioglimento di questi difficili nodi le rappresentazioni unilaterali e tendenziose della realtà dell’URSS, le accuse arbitrarie, i tentativi di negare l’immensa portata liberatrice della Rivoluzione d’ottobre, lo straordinario bilancio di trasformazioni e di successi del regime socialista, tutto quel che di nuovo sì è delineato nella vita sovietica a partire dal XX Congresso del PCUS. E’ questa negazione, fattasi via via sempre più cieca, che ha segnato la condanna di un’opera come quella di Solgenitsyn, che pure aveva preso le mosse da una giusta battaglia di rottura col passato staliniano. Non possono, più in generale, inserirsi in una ricerca onesta e fruttuosa le tendenze, che sull’onda dell’ultimo libro di Solgenitsyn si vanno diffondendo, ad attribuire sommariamente a Lenin la responsabilità delle deformazioni e dei guasti della politica staliniana e a cancellare così – insieme con le specificità dell’uno e dell’altro periodo storico (che noi crediamo vadano sottolineate pur senza ignorare gli elementi di continuità che li legano) – il senso stesso del XX Congresso. Del tutto fuorvianti, infine – oltre che manifestamente contrarie agli interessi supremi della pace – vanno considerate le posizioni dì quanti vorrebbero «imporre» una «liberalizzazione» all’interno dell’URSS subordinando in modo inammissibile Io sviluppo del processo di distensione a non si sa quali mutamenti del regime politico e dell’ordinamento giuridico sovietico.

E’ invece proprio dallo sviluppo del processo di distensione, oltre che dall’ evoluzione del movimento comunista internazionale, che può venire una spinta all’affermarsi di un clima di maggiore tolleranza e di più aperto e fiducioso confronto, sul piano ideale, culturale e politico, in seno ad organismi come l’Unione degli scrittori – uno dei problemi che in questo momento vengono riproposti – e nell’insieme della società sovietica. Già all’epoca in cui venne rifiutata la pubblicazione di alcuni romanzi di Solgenitsyn, noi esprimemmo non solo l’esigenza di un pieno riconoscimento della libertà di espressione, ma la convinzione che la coscienza socialista e il livello intellettuale e culturale delle grandi masse dei cittadini sovietici, la coesione ideale e politica dei popoli sovietici consentissero di andare con la più grande sicurezza a discussioni pubbliche su opere e tendenze culturali ed artistiche – anche le più criticabili – una volta che se ne fosse ammessa la circolazione nell’URSS. Lo stesso metodo del confronto serrato, della discussione argomentata, della critica persuasiva, può essere considerato sufficiente garanzia ed arma efficace anche nei confronti di tesi ideoLogiche e politiche che appaiano estranee agli indirizzi e agli interessi del socialismo.

La scelta Reale

Ma non presumiamo con ciò di indicare ad altri la strada da percorrere, e tanto meno di suggerire facili regole di condotta. E’ solo dall’interno del processo storico di sviluppo della società sovietica che potranno scaturire soluzioni ai problemi che oggi risultano irrisolti. Una strada noi non possiamo che indicarla a noi stessi: la strada da percorrere per avanzare in Italia, nella democrazia e nella pace, verso il socialismo. E’ per impedirci di procedere – conquistando ancora nuove posizioni – su questa via, insieme con altre forze di sinistra e democratiche, che si tenta di rilanciare l’antisovietismo e l’anticomunismo, in un momento in cui i progressi verso un’effettiva coesistenza pacifica si fanno più difficili e si moltiplicano le manovre insidiose dell’imperialismo. Si cerca così di diffondere una visione deforme dell’Unione Sovietica e insieme di negare l’originalità della prospettiva che sta davanti al movimento operaio del nostro paese e dell’Europa occidentale. E invece più Si approfondisce – come da parte nostra si sta facendo – lo studio obiettivo della storia sovietica, più si comprende la peculiarità irripetibile di quella grandiosa vicenda, con tutto il suo carico di trasformazioni rivoluzionarie senza precedenti e di contraddizioni, e sempre meglio si possono cogliere nel suo corso travagliato i momenti di svolta e le radici degli sviluppi negativi. Il confronto con l’esperienza sovietica, il modo stesso in cui è venuto crescendo e da decenni si muove il PCI, la profonda diversità del contesto storico, internazionale e nazionale, entro cui si colloca la nostra ricerca e la nostra lotta in Italia, garantiscono la validità e verità della prospettiva che noi indichiamo: quella di uno sviluppo verso il socialismo che nasce dalle battaglie per difendere e portare avanti la democrazia, quella di una società socialista riccamente articolata e aperta ad ogni confronto. Non c’è nulla di più falso dell’alternativa, che si tende a riproporre, tra un «comunismo» che arbitrariamente si identifichi con il modello sovietico come «unico possibile», e un regime di culto formale della «libertà». Si tratta invece di scegliere oggi in Italia tra un estremo aggravarsi della crisi della società nazionale – che è anche crisi delle forze che finora l’hanno diretta, e dei valori che hanno presieduto al suo caotico sviluppo – e l’avvio di un autentico, profondo processo di rinnovamento economico, sociale, politico e ideale, il solo che possa rendere sicure le libertà costituzionali e rimuovere gli ostacoli che ne impediscono Il concreto esercizio. E’ questa la scelta reale che sta davanti a tutte le forze democratiche e che per noi comunisti italiani fa tutt’uno con la prospettiva del socialismo, quale lo concepiamo e lo vogliamo per il nostro paese.

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Napolitano e Solzhenitsyn

22 Novembre 2007 Nessun commento

L’appoggio di Giorgio Napolitano ad alcune delle scelte più infami dell’Unione Sovietica non si limitò alla benedizione, nel 1956, dell’intervento militare in Ungheria, che l’attuale presidente della repubblica italiana definì un contributo alla «stabilizzazione internazionale». Napolitano riuscì a spingersi oltre, e lo fece in tempi molto più recenti. Nel 1974, in un lungo articolo apparso sull’Unità, l’allora dirigente di Botteghe Oscure approvò in pubblico la decisione del Cremino di esiliare il grande scrittore russo Aleksandr Solzhenitsyn, "colpevole" di aver denunciato gli orrori del comunismo sovietico. Napolitano definì «aberranti» i giudizi politici del dissidente russo e, illustrando la linea del partito, spiegò perché l’esilio dovesse considerarsi la «soluzione migliore». L’episodio, con tutti i suoi retroscena, è raccontato in un libro denso di rivelazioni, firmato da Carlo Ripa di Meana e dalla giornalista Gabriella Mecucci: "L’ordine di Mosca. Fermate la Biennale del dissenso" (Liberal Edizioni).

Trentatré anni fa. È il 13 febbraio del 1974 quando i vertici del partito comunista sovietico spediscono Solzhenitsyn in esilio in Germania occidentale. Un provvedimento che lo scrittore ha cercato sino all’ultimo di evitare: quattro anni prima, per paura che gli fosse impedito di tornare in patria, si era rifiutato di andare a Stoccolma a ritirare il Nobel per la letteratura. Il 20 febbraio del ’74 appare sull’Unità l’articolo del «compagno Giorgio Napolitano, membro della direzione del Pci e responsabile della Commissione culturale». Titolo: «Ancora sul "caso Solgenitsyn". L’esperienza sovietica e la nostra prospettiva».

Il compito non è semplice: Napolitano deve giustificare il gesto indecente di Mosca e la repressione voluta da Leonid Breznev, il quale dieci anni prima ha preso il posto di Nikita Kruscev alla guida del Pcus. Chiamato a difendere l’indifendibile, il "compagno Giorgio" inizia riciclando l’accusa escogitata contro Solzhenitsyn dalla propaganda sovietica: «Le cospicue somme da lui accumulate, grazie ai diritti d’autore, nelle banche svizzere». La vicenda dello scrittore russo, ammette Napolitano entrando nell’argomento, è «significativa e preoccupante», ma non «tale da giustificare la scelta di chi le ha dato, nelle trasmissioni del telegiornale, la precedenza su ogni altro avvenimento internazionale e nazionale». Insomma, il fatto che uno degli scrittori più famosi del mondo, simbolo della dissidenza russa e vincitore del premio Nobel, sia stato privato della cittadinanza sovietica ed esiliato, non è questa gran notizia, e chi l’ha ritenuta tale ha rilanciato «le immagini più fosche della propaganda antisovietica».

Quindi il futuro presidente della repubblica snocciola le sue «indiscutibili verità». Prima tra tutte, il fatto che quella tra «mondo comunista» e «mondo libero» sia solo una «contrapposizione di comodo». Non si può denunciare la repressione in Urss, è il ragionamento, quando in Italia ci sono ancora «abusi polizieschi e giudiziari» e sopravvivono «norme giuridiche fasciste che colpiscono, come "vilipendio" delle istituzioni, i reati di opinione». (Per inciso. Poche settimane fa la procura di Roma, impugnando proprio una di quelle «norme giuridiche fasciste», ha accusato Francesco Storace di aver vilipeso Napolitano. E tutto è avvenuto sotto lo sguardo compiaciuto di quest’ultimo. Il quale, par di capire, nel frattempo ha cambiato idea su ciò che è «fascista» e ciò che non lo è).

L’altra «verità» di Napolitano è che Solzhenitsyn ha assunto un atteggiamento di «sfida» nei confronti dello stato sovietico. «Non c’è dubbio», scrive il responsabile del Pci per la cultura, «che questo atteggiamento – al di là delle stesse tesi ideologiche e dei già aberranti giudizi politici – di Solzhenitsyn, avesse suscitato larghissima riprovazione nell’Urss». Perciò, anche se si tratta di una «grave misura restrittiva dei dritti individuali», il fatto che lo scrittore sia stato espulso, e non incriminato, può essere «obiettivamente» considerato la «soluzione migliore». Del resto, ricorda Napolitano, un simile esito «sarebbe stato impensabile nei periodi più duri della storia sovietica». In parole povere, Solzhenitsyn può dirsi fortunato a non essere finito di nuovo in un gulag o davanti a un plotone d’esecuzione. Opere come le sue sono «rappresentazioni unilaterali e tendenziose della realtà dell’Urss, accuse arbitrarie, tentativi di negare l’immensa portata liberatrice della Rivoluzione d’Ottobre».

La pubblica giustificazione dell’esilio di Solzhenitsyn assume un sapore ancora più sgradevole alla luce di quanto era successo nei giorni precedenti. Il 6 febbraio, infatti, la segreteria del Pci aveva adottato all’unanimità e inviato al Pcus una nota scritta proprio dal responsabile della commissione cultura. In essa, come ha ricordato Silvio Pons, direttore della Fondazione Istituto Gramsci, «il Pci riconosceva la fondatezza delle accuse politiche mosse a Solzhenitsyn dal regime, ma rifiutava di giustificare i metodi di persecuzione giudiziaria, che considerava sbagliati per gli appigli che fornivano agli avversari». Una presa di distanza, dunque, anche se pelosa, dalla decisione che stava per prendere il Cremlino. Ma il 18 febbraio il Pcus risponde al Pci: Solzhenitsyn ha «imboccato la via del tradimento» e l’esilio deve essere considerato un trattamento di favore. Quindi "invita" i «partiti fratelli», cioè quelli che finanziava e sui quali comandava, ad adeguarsi. Napolitano si adegua subito e, ispirato dai "consigli" dei compagni sovietici, verga l’articolo che uscirà due giorni dopo sull’Unità e sarà ripubblicato il 24 febbraio da Rinascita.

L’asservimento del Pci e dei suoi uomini è confermato da altre rivelazioni, contenute nel libro di Ripa di Meana e Mecucci. Il 13 gennaio del 1974, dunque lo stesso giorno in cui Solzhenitsyn fu espulso dall’Urss, uno degli uomini di riferimento della sinistra europea, l’inglese Ken Coates, scrisse al segretario del Pci, Enrico Berlinguer: «L’esilio di Solzhenitsyn è contrario alla costituzione sovietica e qualunque siano le opinioni dello scrittore si tratta di un atto moralmente intollerabile. (…) Vi chiediamo di protestare nel modo più forte presso i dirigenti sovietici, informandoli che la mancanza di ripensamento su questa decisione oltraggiosa avrà come conseguenza una mobilitazione dell’opinione socialista dell’Europa occidentale contro l’intera politica che ha prodotto questa misura repressiva». Ma Berlinguer e compagni non erano certo tipi da mettersi di traverso davanti al Pcus. Il segretario del Pci non rispose a Coates. Si limitò ad annotare di suo pugno, sulla lettera del politico inglese, poche parole, indirizzate a chi di dovere: «Napolitano: rispondere? Si potrebbe allegare il tuo ultimo articolo e aggiungere che le opinioni ivi espresse sono state tutte presenti al Pcus». Tradotto: quello che dovevamo dire ai sovietici l’abbiamo detto in quell’articolo. Di più, non intendiamo fare.

Non sono peccati di gioventù. Napolitano aveva 49 anni quando difese la cacciata di Solzhenitsyn. Il quale, a sua volta, nel 1974 aveva 56 anni, otto dei quali trascorsi nei gulag per aver criticato Stalin in alcune sue lettere personali. Uscito dalla detenzione, dovette scontare un periodo di confino in Kazakistan e sconfiggere un tumore, prima di essere temporaneamente "riabilitato" da Kruscev. Né si può sostenere che all’epoca non si conoscesse il vero volto del comunismo sovietico: i primi due libri di Arcipelago Gulag erano stati pubblicati nel 1973 a Parigi, e in Europa tutti sapevano cosa accadeva al di là della cortina di ferro e per quali motivi Solzhenitsyn fosse sul libro nero di Breznev. Ora, dice Ripa di Meana, «Napolitano, spogliandosi del suo ruolo istituzionale, in forma privata, dovrebbe andare in Russia e dire a Solzhenitsyn che allora espresse un giudizio sbagliato sull’esilio. Chieda perdono a chi ne fu vittima».

Da http://aconservativemind.blogspot.com/2007/11/quando-napolitano-applaudiva-allesilio.html

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Forattini condannato: niente satira sui magistrati.

10 Novembre 2007 Nessun commento

La satira non può mai sfociare in un «insulto gratuito», poiché «al pari di ogni altra manifestazione del pensiero, non può infrangere il rispetto dei valori fondamentali della persona». Lo sottolinea la Cassazione, confermando una sentenza della Corte d’appello di Milano che, nel 2002, aveva condannato il vignettista Giorgio Forattini, l’allora direttore responsabile di Panorama Roberto Briglia e la Mondadori, al risarcimento danni, pari a 60 milioni di vecchie lire, nei confronti di Gian Carlo Caselli, all’epoca dei fatti procuratore capo a Palermo. Il magistrato aveva, infatti, chiesto di essere risarcito in merito a una vignetta firmata da Forattini, nella quale era raffigurato uno scheletro con un ciuffo di capelli bianchi a forma di falce e una sciarpa rossa che teneva in mano una pistola e nell’altra la bilancia simbolo della giustizia. Per Caselli, la vignetta «era riferibile a lui» e «con evidente allusione gli attribuiva la responsabilità del suicidio» del giudice Luigi Lombardini. Per la Suprema Corte «è stata esclusa la scriminante nella satira che, trasmodando da un attacco all’immagine pubblica del personaggio, si risolva in un insulto gratuito alla persona in quanto tale o nella rappresentazione caricaturale e ridicolizzante di alcuni magistrati posta in essere allo scopo di denigrare l’attività professionale da loro svolta attraverso l’allusione a condotte lesive del divere funzionale di imparzialità».

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Biagi: usato dalla sinistra.

10 Novembre 2007 Nessun commento

Fate conto che questo articolo l’abbia scritto Enzo Biagi. Non perché il sottoscritto sia tanto pazzo da paragonarsi a uno dei più grandi giornalisti del Novecento: conservo ancora il senso del ridicolo. Fate conto che l’abbia scritto lui perché la parte rilevante di questo testo è opera sua: qui di seguito troverete infatti un lungo virgolettato, che è tratto dalle conclusioni dell’ultimo libro di Biagi, Quello che non si doveva dire, edito da Rizzoli nell’ottobre 2006. «Conclusioni» dell’«ultimo» libro: insomma, ciò che leggerete tra poco è di fatto l’ultima parola di Biagi sulla vicenda del famigerato editto bulgaro, che è l’oggetto principale, anzi l’unico, di Quello che non si doveva dire.
Dunque, a pagina 221, subito sotto il titolo «Conclusioni» (le restanti settanta pagine del libro non sono opera dell’autore, ma una cronologia curata da Claudia Turconi) Biagi scrive: «Molti mesi sono passati da quando Loris (Mazzetti, ndr) e io abbiamo cominciato a scrivere questo libro e molti fatti sono successi. Il più importante, non per me ma per il Paese, è stato lo sfratto, con il voto popolare, di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. Nella mia grande presunzione ho pensato che qualcosa sarebbe cambiato anche nella mia vita e, sono sincero, mi aspettavo una telefonata da viale Mazzini, se non altro come segnale di ritrovata indipendenza dal Cavaliere. Nel frattempo è tornato al vertice dell’azienda Claudio Cappon, di cui conservo un buon ricordo». Ma Cappon evidentemente non si fa vivo, visto che Biagi scrive: «Sicuramente, il nuovo direttore generale, ha altri problemi, ben più complicati del mio, da risolvere (…)».
Biagi prosegue e viene al sodo della vicenda sua, cioè al ritorno in Rai: «Sin dall’inizio ho avuto la consapevolezza che, anche con il centrosinistra al governo (il corsivo è nostro, ndr) io rimango fuori dai giochi. In poche parole, sono convinto che nessuno mi farà più fare Il Fatto. C’è un grande alibi, la mia età, ma non è che ottantasei anni vogliano dire per forza che uno è rincoglionito. E poi, se il mio nome, la mia faccia e i miei appelli funzionano per le campagne elettorali, non capisco come mai non vadano bene per un programma televisivo».
Tre giorni fa ho scritto di un «uso politico della morte»: non era una polemica contro Biagi (al quale, anzi, ero e sono legato da un affetto sincero) ma contro quei politici del centrosinistra che hanno approfittato della sua scomparsa per rinfocolare la polemica politica. Hanno risposto accusando Il Giornale di difendere (o di negare, che è la stessa cosa) l’editto bulgaro. Sciocchezze. Mario Cervi ha scritto chiaramente che l’intervento ci fu e che fu un errore.
Ma le parole di Biagi dimostrano che i politici – premier compreso – che hanno scaricato solo sul governo Berlusconi l’assenza di Biagi dalla Rai non hanno titolo per lanciare alcun j’accuse. Non si dica che il libro è dell’ottobre 2006, e che nella primavera 2007 Biagi in Rai c’è poi tornato. Non lo si dica per due motivi: 1) Biagi è tornato su Raitre in tarda serata, cioè alle stesse condizioni che gli erano state offerte nel 2002, e che lui non accettò; 2) nel suo ultimo libro Biagi ha scritto chiaramente che quel che egli voleva era il ritorno de Il Fatto: Raiuno, prima serata. E Il Fatto non è tornato. Forse perché nel frattempo il giornalista è invecchiato? È lo stesso Biagi a dire che quello è «un alibi». E ad accusare il centrosinistra di averlo usato per la campagna elettorale.
Parole sue, non nostre. E stampate su un libro, non apprese con il pendolino durante una seduta spiritica.

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Le bugie di “Anno zero”

10 Novembre 2007 Nessun commento

Non si tratta solo dell’odioso uso della querela per escludere chicchessia dalla tv, non è solo un pasticcio da ufficio legale: è lo stivale dell’Unione appoggiato sull’inesistente autonomia dei vertici Rai, è la querela che si fa braccio armato di una mente partitica: parliamo dei 21 senatori che hanno scritto una pubblica lettera, mercoledì sera, proprio per suggerire alla Rai di querelare un singolo giornalista. E il cda Rai, come un sol uomo, ha obbedito immediatamente. È stata l’Unità ad aver raccontato che la lettera dei 21 senatori, mercoledì pomeriggio, è giunta al consiglio di amministrazione Rai appena riunito: dopodiché i consiglieri si sono adeguati.
È stata l’Unione, e non la Rai, a impedire la presenza di un giornalista che Michele Santoro aveva invece reputato utile alla sua trasmissione: presenza che non sarebbe comunque bastata, perché la trasmissione forse l’avrete vista, avrete ascoltato il coro gregoriano e monofonico, avrete assistito a quella chiacchierata tra amici in quel un clima surreale che ha stordito persino l’annichilito Enrico Mentana.
Dal primo all’ultimo fotogramma il sottinteso era uno solo: ed è corrisposto a un uso criminoso della televisione pubblica, sissignori, uno strumento per dire che è stato Silvio Berlusconi ad aver fatto morire Biagi, che è stato il famoso editto a uccidere Biagi dentro, lui che non chiedeva modestamente che di lavorare. L’editto ha colpito Biagi mentre peraltro gli morivano la moglie e la figlia, non si uccidono così anche i decani?
Questo l’assunto, neanche troppo dissimulato: ma non un cane, giovedì sera, si è ribellato a quell’infamia, nessuno ha voluto semplicemente ricordare le tappe autentiche della dipartita di Biagi dalla Rai: 1) sin dal 2001 i vertici Rai gli chiedevano legittimamente di cambiare orario al suo Fatto, che non reggeva la concorrenza; 2) ci fu l’editto, nell’aprile 2002, ma Biagi continuò Il Fatto sino a normale scadenza; 3) in luglio proposero a Biagi di non fare più Il Fatto e di sostituirlo con alcune prime serate più una ventina di seconde serate, e questo retribuendolo con un miliardo in più rispetto ai precedenti due: e Biagi accettò, lo disse anche in una conferenza stampa, la faccenda pareva chiusa; 4) Biagi ricevette il contratto nel settembre successivo, ma non lo controfirmò perché frattanto aveva cambiato idea: d’un tratto ridecise che voleva ancora e solo rifare Il fatto.

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RAI, senatori ed epurati.

10 Novembre 2007 Nessun commento

La Rai mi ha epurato da una trasmissione dedicata agli epurati. Per quanto incredibile, il consiglio di amministrazione della Rai (all’unisono, pare) ieri ha proibito la mia partecipazione ad Annozero intimando a Michele Santoro, ieri, che io neppure m’avvicinassi al cancello di via Teulada. Motivazione ufficiale: una querela sporta ieri mattina dalla Rai ai danni di un mio articolo (rubrica) scritto sul Giornale dell’altro ieri e dedicato giust’appunto alla Rai. Il lato tragicomico è che la puntata di Annozero, ieri sera, partiva dalla figura di Enzo Biagi («Il partigiano Biagi», era il titolo) per riparlare ovviamente del cosiddetto editto bulgaro, dunque di Santoro medesimo, del solito Luttazzi, della censura, di episodi dei quali la mia esclusione, nel suo piccolo, diviene ora esempio mirabile.
Ma non è finita: il colpo di mano della Rai infatti ha anche le sembianze di una sdraiata obbedienza politica. Ieri l’altro, difatti, ventun senatori dell’Unione avevano sottoscritto una lettera pubblica dove se la prendevano col medesimo articoletto del Giornale: «Larga parte del Parlamento italiano si sta comportando come se condividessero l’articolo in tutto e per tutto. Solo così si spiega il continuo susseguirsi di iniziative che hanno sfacciatamente l’unico obiettivo di mortificare la Rai e delegittimare i suoi amministratori». Tra i firmatari, incredibilmente: Antonio Polito, Anna Finocchiaro, Nicola Latorre, Sergio Zavoli, Guido Calvi e Felice Casson. I quali aggiungevano: «Le opinioni pubblicate dal Giornale meriterebbero una querela e una congrua richiesta di danni da parte di chi ne ha titolo». Detto, fatto. Ma ancora: «In termini istituzionali la definizione della Rai come una cloaca e un cancro richiede un’adeguata risposta sia del governo che della Commissione bicamerale», trovandoci di fronte a «una campagna che ha l’evidente obiettivo di distruggere la Rai e favorire la televisione commerciale». Stanno parlando del mio rubrichino dell’altro giorno.
Tanto tuonò che Santoro, mercoledì sera, mi telefonò per dirmi che la Rai stava insistendo affinché non m’invitasse. Disse che m’avrebbe invitato lo stesso purché lasciassi da parte certe espressioni del mio articolo. Comprensibile: si rendeva evidentemente conto della situazione grottesca, un’epurazione da una trasmissione sugli epurati. Il giorno dopo, cioè ieri, la Rai rendeva nota un’azione penale nei confronti miei e del Giornale.

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Biagi e l’editto bulgaro

9 Novembre 2007 1 commento

Enzo Biagi non fu mai allontanato né cacciato dalla Rai, come lui stesso ha sempre ammesso. Tantomeno fu allontanato a seguito di un oscuro editto bulgaro. La parziale e volontaria dipartita di Biagi non è coincisa con nessun regime né alcuna censura, come lui ha pure ammesso in diverse interviste anche reperibili in rete.

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